Negli ultimi anni, la diversità e l’inclusione (D&I) hanno subito una trasformazione significativa, passando da un principio etico a un imperativo strategico per le aziende. Se inizialmente l’inclusione era promossa per il suo valore politico intrinseco, per il suo legame fondamentale con i principi di democrazia e libertà, oggi viene strumentalizza sempre più come una fosse una necessità economica, sostenuta da numerosi studi che ne evidenziano i benefici concreti per le performance aziendali. Ricercatori di istituti rinomati, come Harvard Business Review e McKinsey, hanno dimostrato che le aziende che abbracciano politiche di diversità e inclusione registrano migliori risultati finanziari, con aumenti significativi di fatturato e margini operativi. In questo scenario di rinnovate tendenze, non adottare politiche di D&I è sembrato un rischio serio per i bilanci.
Questa evoluzione ha portato con sé un effetto non proprio marginale per la vita democratica: il cosiddetto capitalismo woke. Molte aziende hanno iniziato ad adottare politiche di inclusione non per un vero sentimento verso valori democratici che le politiche DE&I portano con sé, ma per proteggersi dalle possibili valutazioni di un mercato diventato improvvisamente ferocemente etico. L’inclusione è così diventata uno strumento di marketing attraverso l’ostentazione dell’etica. Questo modo strumentale di trattare tematiche serissime ha finito per svuotare di significato il concetto di inclusione, rendendolo una moda che può essere soggetta alle fluttuazioni di mercato.
Le aziende spesso sottovalutano il loro ruolo nella formazione della cultura generale e dei valori della società. I luoghi di lavoro sono i luoghi dove ci si trasforma, sono luoghi che creano cultura, sensibilità, credenze, sono luoghi di socializzazione e di mediazione di una cultura che è sempre in qualche modo politica. In questo contesto, le politiche DE&I ridotte a trend manifestano quanto, in questi tempi, anche la democrazia rischi di diventare una merce tra le altre. Quello che dall’altra parte può fare chi si occupa di DE&I è cercare di rimettere mano al senso, uscire da stereotipi inventati per ragioni di marketing e tornare al senso di una visione che forse dovrebbe fare della contaminazione una legge metafisica con cui leggere il funzionamento del mondo, e non le curve di produttività. Soprattutto oggi che la metafisica è tirata per la giacca da un fronte di giovani vegliardi.